Lidia Bastianich: “Racconto il cibo italiano agli americani”

Lidia Bastianich è un’autentica istituzione negli Stati Uniti. Da vent’anni spiega a 49 milioni di americani cos’è il cibo italiano nel programma Lidia’s Kitchen sulla Pbs, una delle trasmissioni più seguite negli States. L’autorevolezza le deriva dalla sua storia: autrice di best sellers di cucina, tra le prime negli Usa a fare conoscere la cucina italiana con i suoi “veri” prodotti, imprenditrice di successo nel mondo della ristorazione con fior di locali. Viaggiatrice instancabile lungo le cucine regionali dell’Italia, è madre di Jo, il terribile giudice di Masterchef.

Lidia Bastianich, lei è nata a Pola, terra di confine: quanto ha inciso nel suo percorso la “contaminazione” di culture?
Tantissimo, essere di frontiera è molto importante. Nasco parlando tre lingue. Non ho conosciuto solo il cibo italiano ma anche quello austriaco: strudel, gulash, crauti. Pensi, che quando ho cucinato per Papa Benedetto nel riflettere su cosa fare, ho usato il mio retaggio di frontiera. Tutta l’Italia è una terra di contaminazione, influenzata dalle tante storie e tradizioni regionali. Il cibo riflette la cultura del suo territorio.

A 11 anni lascia Pola, un tempo italiana.
Non è stato facile vivere a Pola, ero una bambina confusa per la mia identità. Non potevamo parlare italiano, ho dovuto cambiare cognome, mia madre insegnante non poteva lavorare. La mia infanzia l’ho trascorsa con mia nonna, in un piccolo paese lontano da Pola, li ero libera. Mio padre, considerato capitalista perché aveva due camioncini, scappò una notte a Trieste, chiese asilo politico, e trascorse un periodo in un campo profughi. Non fu un periodo semplice per noi”.

E il cibo in quegli anni?
Malgrado fosse scarso, ho vissuto un’infanzia molto attaccata ad esso. Come ho detto vivevo con mia nonna in campagna, ero la sua aiutante in mezzo a galline, oche e capre, raccoglievo patate e fichi, adoravo il profumo del rosmarino. Cucinavo con mia nonna, tutte queste cose mi sono rimaste impresse. Quando sono scappata a Trieste non sapevo che non sarei più tornata in Italia: il cibo è stato la mia connessione con quegli anni, il ricordo bello della mia infanzia.

È vero che il suo sogno da ragazza era fare la pediatra?
Mio marito era un insegnante, lavorava nei ristoranti ma voleva aprire un proprio locale. Quando iniziò la sua attività nel 1971 con Buona Vita nel Queens, Jo aveva tre anni, dissi a io marito: “Ok, ti aiuto ma voglio stare con i bambini”. Col tempo, la passione per il cibo ha preso il sopravvento.

Perché la cucina come scelta di vita?
Come dicevo prima, un po’ è stata una scelta dettata dalle circostanze della mia vita, nata però da una passione che ho sempre avuto: mi piace stare con la gente, condividere le storie. La cucina italiana all’inizio degli anni ’70 non esisteva negli States, noi avevamo uno chef italo-americano che faceva piatti italiani ma adattati alla cucina americana. Lì ho imparato tanto e capito che c’era un vuoto: mancava la materia prima italiana. E così ho iniziato a girare l’Italia nelle sue tante regioni per conoscere i suoi prodotti e portarli in America. Un’esperienza straordinaria.

Dopo l’apertura nel 1971 di Buona Vita, dieci anni dopo sbarca a Manhattan.
Con Felidia, la svolta della nostra vita, dedita a mettere al centro la cucina regionale italiana. Un famoso giornalista incuriosito da questa scelta ci fece una recensione molto positiva, e così arrivarono le luci della ribalta. In effetti, in quegli anni, era decisamente una novità nel panorama della cucina italiana.

Qualche anno dopo conosce Julia Child, una istituzione negli Usa.
Felidia inizia ad avere un certo successo, un giorno Julia Child viene a cena nel ristorante insieme a James Beard, uno dei più celebri critici americani. Mangiano il mio risotto, lei mi chiede di insegnare agli americani in televisione come si fa. Facciamo due puntate, la prima dedicata al risotto, la seconda alle orecchiette. Così è nata la mia presenta in tv che perdura da 20 anni.

Il suo programma Lidia’s Kitchen è seguito da circa 50 milioni di persone: sente il peso di questa responsabilità?
Mi piace molto comunicare, spiegare, raccontare la cucina italiana, che gli americani adorano per la sua varietà di prodotti e salubrità. La cucina che insegno in tv è molto semplice: rispetto la tradizione italiana, frutto di ricerche fatte nel Belpaese e le riporto in Usa. Trasporto nella casa degli americani, il profumo della cucina italiana.

Il piatto italiano che apprezza di più?
Giro molto l’Italia, ogni regione ha le sue specialità. Fondamentale è seguire la stagionalità dei prodotti. Se devo indicare un piatto dico spaghetti alle vongole con peperoncino.

In Italia ha ricevuto il prestigioso Premio Artusi. Se lo aspettava?
Francamente non me lo aspettavo. È sempre bello ricevere un riconoscimento, ancor di più in Italia dedicato all’Artusi. Sono una collezionista di libri storici di cucina, dell’Artusi ho diverse edizioni.

Chiudiamo con suo figlio Jo. In Italia è una star: in lui, quanto c’è di lei?
Sono fiera di lui. Quando era piccolo, insieme a Tanya l’altra mia figlia, è cresciuto nel ristorante, come fosse casa-bottega. L’educazione e la scuola sono sempre state la nostra priorità di genitori, lo stare tanti anni in cucina penso che l’abbia in qualche modo influenzato. Il suo amore per l’Italia è arrivato dai nostri viaggi, quando lui e Tanya erano sempre con noi. Hanno assorbito e condiviso la nostra passione per il Belpaese che hanno finito per attirarlo lì.

Intervista pubblicata sulla rivista MilanoMarittimaLife Winter 2019.


Filippo Fabbri
Calciatore mancato, giornalista per passione. Una stella polare di riferimento, il motto del grande Gianni Brera: “Prima di scrivere un articolo bevi un bicchier di vino”. Perchè come diceva Baudelaire "bisogna diffidare degli astemi". Contatti: filfabbri@gmail.com
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