Stefano Zavalloni lancia nuove sfide

La via Emilia dista alcuni chilometri, quel tanto che basta per cancellare traccia del bailamme del traffico. Via Madonna dell’Olivo è a un’incollatura da Calisese, in quella Cesena immersa nel verde della campagna col paesaggio caratterizzato da vitigni. Qui ha sede una delle aziende agricole dalla storia più longeva della Romagna. A guidarla oggi è Stefano Zavalloni, le generazioni alle spalle sono cinque e affondano nella metà di due secoli fa, quando ancora l’Italia non era nata (1855).

Zavalloni mezzadri
I Zavalloni, agricoltori di lunga data, erano dei mezzadri, quello che producevano lo dovevano dividere col padrone. Dura da digerire nel coso dei decenni. Lo scatto decisivo lo fa Amedeo, il nonno di Stefano, che dice basta, così non possiamo andare avanti: la terra è meglio averla in proprio. Anno 1967, accende un mutuo quarantennale e dà la prima scossa di cosa è oggi Zavalloni. Una decina gli ettari suddivisi tra viticoltura e frutticoltura come era in voga negli anni.

La svolta con Stefano
La svolta che interseca l’attualità avviene nel 2000 con il nipote Stefano. Fresco di diploma in agraria nel 1994, passa alla conduzione dell’azienda con una scelta che si rivela determinante: puntare tutte le fiches sul vino e soprattutto sull’imbottigliato. È una novità quasi assoluta da queste parti che vivacchiava di sfuso.

Scelta non semplice all’inizio, usciva decisamente dai canoni del territorio – spiega Stefano – Ricordo la prima volta producemmo un migliaio di bottiglie, che esaurite subito ne portarono altrettante”. La scelta comunque si rivela azzeccata tant’è che Zavalloni è una delle cantine dove l’asticella della qualità è tra le più alte, attestata dalla guida ai vini dei sommelier Ais, “Emilia Romagna da bere e da mangiare” (PrimaPagina editore), che da dieci anni la premia consecutivamente tra i top della regione.

Tra Sangiovese e Albana
“Il grosso della nostra produzione è Sangiovese proposto in cinque versioni, nell’ultima edizione della guida Ais siamo stati premiati con l’Amedeo riserva 2016. Tuttavia siamo stati tra i primi a credere nella rinascita dell’Albana, soprattutto nella versione secco, e francamente stiamo avendo belle soddisfazioni”. Complessivamente sono circa 6 gli ettari vocati al vitigno bianco principe della Romagna, tre dei quali solo negli ultimi anni.

La produzione della versione secco è di 25mila bottiglie e la stiamo esportando in particolare in Giappone dove è molto apprezzata. In Italia noi lavoriamo solo con la ristorazione e devo dire che anche il canale horeca la sta riscoprendo. La vera sfida però è un’altra: la nostra riviera. Qui il potenziale è alto e sono certo che potrà affermarsi”.

Le nuove sfide
A Zavalloni, in effetti, piacciono le sfide. L’ultima è il metodo classico su vitigno sangiovese. “Alcuni anni fa il Consorzio cesenate aveva lanciato un metodo classico collettivo con una bollicina di sangiovese vinificato in bianco. Tramontato quel progetto abbiamo deciso di farlo in nostro, sempre con sangiovese cento per cento e 24 mesi sui lieviti, versione rosé. Le prime risposte del mercato sono ottime. E visto che ci piace sperimentare abbiamo destinato una piccola parte alla versione 36 mesi sui lieviti”.

Non solo. Un’altra sperimentazione è il Sangiovese in appassimento, progetto iniziato tre anni fa, le prime bottiglie (1300 in tutto) sono previste nell’ottobre prossimo. “Il mondo dell’enologia è un po’ come la vita, non sempre sai quale direzione prenderà. D’altronde chi mai avrebbe detto che lo scorso anno il Cesena avrebbe giocato in serie D?”.


Filippo Fabbri
Calciatore mancato, giornalista per passione. Una stella polare di riferimento, il motto del grande Gianni Brera: “Prima di scrivere un articolo bevi un bicchier di vino”. Cin cin a tutti! E a proposito, buona lettura. Contatti: filfabbri@gmail.com
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