C'è qualcosa di nuovo in Romagna

C’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico nel mondo del vino in Romagna: la riscoperta degli autoctoni. Quelli strettamente legati al territorio d’origine, quelli che fanno l’identità della Romagna enologica.

A certificarlo è la guida “Vini buoni d’Italia” del Touring Club, l’unica nell’immenso mare magnum delle pubblicazioni di settore esclusivamente dedicata agli autoctoni. E infatti nell’olimpo dei premiati con la Corona d’oro il Sangiovese (Condè, Fattoria Zerbina, Pandolfa, Tenuta Villa Trentola) e l’Albana (Bissoni, Fattoria Zerbina, Villa Bagnolo). Sin qui nulla di nuovo sotto il sole.

E invece due novità ci sono e anche succose: il punteggio massimo di due vitigni sino a poco tempo considerati figli di un Dio minore: Centesimino e Pagadebit. A elevarli Tenuta Santa Lucia di Mercato Saraceno con il suo “Rubicone Igt Centesimino Centuplo 2016” ed Enio Ottaviani nel riminese (San Clemente per la precisione) con lo “Strati Romagna Doc Pagadebit 2017”. Impensabile sino a qualche decennio fa in Romagna un premio di questa portata.

“Il vignaiolo romagnolo finalmente ha deciso di fare il romagnolo, nel senso di valorizzare il proprio territorio – spiega Laura Franchini, coordinatrice della regionale della guida – Quello che ci ha stupito in maniera positiva è un atteggiamento aperto tra produttori, di confrontano e messa in rete conoscenze. Nessuno guarda più al proprio orticello. Poi c’è la questione della riscoperta delle denominazioni meno conosciute come Centesimino e Pagadebit: sono la tradizione del territorio che viene valorizzata, e con ottimi risultati qualitativi. Questo è un grande passo in avanti per la Romagna”.

Ed è proprio questa la novità. Prendiamo il Pagadebit. Per caratteristiche naturali, particolarmente resistente alle avversità climatiche, entra nella tradizione contadina romagnola come vino ‘salva stagione’. Un vino non di grande profilo ma che anche nelle annate peggiori, produceva comunque un prodotto utilizzabile e vendibile, e serviva quindi a pagare i debiti contratti nell'annata precedente. Oggi invece è tutta un’altra cosa, tanto da rivelarsi particolarmente vocato per caratteristiche e piacevolezza proprio nel riminese, per quella esposizione alle brezze marine che gli regalano una mineralità e una sapidità spiccata, timbro riconoscibile e unico di un territorio. Insomma, c’è qualcosa di nuovo sotto il sole, la riscoperta delle origini






a Cristiano











Cesena – C’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico nel mondo del vino in Romagna: la riscoperta degli autoctoni. Quelli strettamente legati al territorio d’origine, quelli che fanno l’identità della Romagna enologica. A certificarlo è la guida “Vini buoni d’Italia” del Touring Club, l’unica nell’immenso mare magnum delle pubblicazioni di settore esclusivamente dedicata agli autoctoni. E infatti nell’olimpo dei premiati con la Corona d’oro il Sangiovese (Condè, Fattoria Zerbina, Pandolfa, Tenuta Villa Trentola) e l’Albana (Bissoni, Fattoria Zerbina, Villa Bagnolo). Sin qui nulla di nuovo sotto il sole. E invece due novità ci sono e anche succose: il punteggio massimo di due vitigni sino a poco tempo considerati figli di un Dio minore: Centesimino e Pagadebit. A elevarli Tenuta Santa Lucia di Mercato Saraceno con il suo “Rubicone Igt Centesimino Centuplo 2016” ed Enio Ottaviani nel riminese (San Clemente per la precisione) con lo “Strati Romagna Doc Pagadebit 2017”. Impensabile sino a qualche decennio fa in Romagna un premio di questa portata.
“Il vignaiolo romagnolo finalmente ha deciso di fare il romagnolo, nel senso di valorizzare il proprio territorio – spiega Laura Franchini, coordinatrice della regionale della guida – Quello che ci ha stupito in maniera positiva è un atteggiamento aperto tra produttori, di confrontano e messa in rete conoscenze. Nessuno guarda più al proprio orticello. Poi c’è la questione della riscoperta delle denominazioni meno conosciute come Centesimino e Pagadebit: sono la tradizione del territorio che viene valorizzata, e con ottimi risultati qualitativi. Questo è un grande passo in avanti per la Romagna”.
Ed è proprio questa la novità. Prendiamo il Pagadebit. Per caratteristiche naturali, particolarmente resistente alle avversità climatiche, entra nella tradizione contadina romagnola come vino ‘salva stagione’. Un vino non di grande profilo ma che anche nelle annate peggiori, produceva comunque un prodotto utilizzabile e vendibile, e serviva quindi a pagare i debiti contratti nell'annata precedente. Oggi invece è tutta un’altra cosa, tanto da rivelarsi particolarmente vocato per caratteristiche e piacevolezza proprio nel riminese, per quella esposizione alle brezze marine che gli regalano una mineralità e una sapidità spiccata, timbro riconoscibile e unico di un territorio. Insomma, c’è qualcosa di nuovo sotto il sole, la riscoperta delle origini. FF

Filippo Fabbri
Calciatore mancato, giornalista per passione. Una stella polare di riferimento, il motto del grande Gianni Brera: “Prima di scrivere un articolo bevi un bicchier di vino”. Cin cin a tutti! E a proposito, buona lettura. Contatti: filfabbri@gmail.com
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